Abbuffarsi di serie televisive: il Binge Watching

Quanti episodi della nostra serie TV “del momento” siamo capaci di guardare in una sola volta? Negli ultimi anni sta aumentando un fenomeno particolare che ci porta a vere e proprio maratone televisive (spesso notturne) divorando una puntata dopo l’altra e portando a provare una propria crisi d’astinenza tra una stagione e la successiva. Ci siamo mai accorti che il consumo “binge” di alcuni show ci sta letteralmente influenzando?

Le maratone televisive si diffusero negli anni settanta per le alcune serie cult americane come “Ai confini della realtà” e “Star Trek”. Da allora le cose sono cambiate: con l’avvento dei cofanetti DVD, due decenni dopo, non è più indispensabile attendere che le emittenti mandino in onda tutte le puntate della serie, ma semplicemente aspettare che che il cofanetto sia stato commercializzato per acquistarlo e guardare gli episodi della propria serie preferita. Nell’era del digitale è tutto ancora più veloce e i tempi di fruizione si sono ulteriormente ridotti.

Il moltiplicarsi di piattaforme con un’offerta di programmi in streaming (film, show televisivi, serie TV, cartoni animati, ecc.) ha progressivamente modificato il nostro modo di “consumare” tali prodotti: abbiamo la possibilità di accedere ad una quantità enorme di programmi con solo un “click”, senza attendere la messa in onda di settimana in settimana e senza l’interruzione della pubblicità. Alcune piattaforme, ad esempio Netflix, rendono disponibili serie tv inedite e complete in un solo giorno (come è avvenuto per House of Cards), incoraggiando, o forse assecondando, il binge watching.

Ma che cos’è esattamente il binge watching?

Letteralmente, to watch vuol dire “guardare” e binge on “abbandonarsi a”. Nel linguaggio comune con questa locuzione ci si riferisce all’atto di guardare più episodi dello stesso programma televisivo consecutivamente; se frequente, potrebbe essere considerato uno dei modi in cui abuso e/o dipendenza da televisione si esprimono. Così come il binge drinking rappresenta una delle manifestazioni di abuso e dipendenza da alcol e il binge eating riguarda l’ingestione in un breve arco temporale di una quantità di cibo che di solito non si ingurgiterebbe così rapidamente associata a perdita di controllo su ciò che si sta facendo, il binge watching è relativo, in buona sostanza, all’abbuffarsi di serie tv.

Il binge watching può essere considerata una forma di dipendenza?

Le ricerche dimostrano che chi trascorre più di quattro ore al giorno davanti alla tv sviluppa sintomi analoghi a quelli presentati da chi abusa di sostanze, di alcol o da chi è affetto da gioco d’azzardo patologico. Il desiderio di guardare molta televisione nasce, secondo alcuni psicologi americani, da una reazione chimica cerebrale simile a quella derivata dall’assunzione di sostanze, un’attività neurale che si trasferisce dall’emisfero sinistro a quello destro favorendo il rilascio di endorfine, in grado di rilassare lo spettatore e fargli desiderare di prolungare l’esperienza. Lo stesso tipo di sollievo può venire dall’attività fisica o dalla lettura, ma i tempi di azione in questi casi sono più lunghi. Le persone affette da binge watching mostrano fenomeni di craving (intenso desiderio di vedere l’episodio successivo), sintomi da astinenza ed importanti limitazioni nel funzionamento sociale, personale e lavorativo (Kubey & Csikszentmihalyi, 2003).

Questa tipologia di visione consentirebbe al video-dipendente una gratificazione immediata. È stato osservato che il comportamento di dipendenza legato ai programmi TV sembra interessare maggiormente le serie televisive, sia per la loro strutturazione in episodi e stagioni, sia per le peculiari caratteristiche della loro trama. Le teorie che cercano di spiegare l’eziologia della dipendenza da TV si focalizzano sugli aspetti funzionali della visione di programmi televisivi: si guarda la televisione perché ci si sente insicuri della propria identità, delle relazioni e dell’ambiente (Ball-Rokeach, 1985) oppure per soddisfare bisogni specifici che non si riesce a colmare altrove (Katz, Blumler & Gurevitch, 1973).

Lesley Lisseth Pena (2015) ha studiato il fenomeno della dipendenza da serie TV tramite una serie d’interviste, mettendo a fuoco l’identikit del “dipendente da serie”: i binge-watchers sperimentano una forte spinta interna di tipo “compulsivo” nel vedere un episodio dietro l’altro, sentono il craving (definito come intenso desiderio di vedere l’episodio successivo) dedicando una notevole quantità di tempo alla visione del programma preferito, a discapito di altre attività. Questo comportamento si associa, nel corso del tempo, a rimorso, senso di colpa e sintomatologia depressiva.

I risultati della letteratura sull’argomento fanno pensare al binge-watching come a un fattore di rischio per l’insorgere di sintomatologia ansioso/depressiva ma anche come un indicatore della sussistenza di questi sintomi. Molti studi hanno dimostrato che la visione compulsiva di episodi TV tende a bloccare le emozioni negative configurandosi come una via di fuga dai problemi della vita: chi soffre di dipendenza da serie TV può sprofondare in un vero e proprio stato di “trance”. Come nelle dipendenze da sostanze, il fruitore compulsivo di serie può ricercare la sensazione positiva sperimentata durante la visione e può fantasticare durante il giorno sul momento in cui potrà nuovamente dedicarsi al suo programma, cominciando a notare delle ripercussioni sulla propria sfera personale, nel corso del tempo (Page et al., 1996; Kremar et al., 2010).

La prevenzione, attraverso l’informazione è la strategia vincente per evitare l’insorgere di questa abitudine disfunzionale, così come il dedicarsi ad attività sociali in cui si ha la possibilità di interagire con gli altri.

 

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Natale, chi decora la casa in anticipo è più felice

Natale si avvicina e dappertutto sono iniziati i preparativi per addobbare la propria casa. In Italia la tradizione vuole che la data per gli addobbi sia stabilita (molto spesso l’8 dicembre, ma anche il 7 o il 6) tuttavia c’è già chi non ha resistito alla tentazione di tirare fuori le luci colorate, presepe e festoni ed ha già iniziato a girare la città per comprare nuovi addobbi.

Ma a cosa è dovuta tale frenesia? Anche in questo caso la psicologia ci viene in aiuto: Steve McKeown, psicologo e fondatore della McKeown Clinic, ha pubblicato una ricerca sul Journal of Environmental Psychology in cui si evidenzia come l’immergersi nell’atmosfera natalizia aiuti a mantenere il contatto con il bambino che è in noi, facendoci sembrare più lontani i problemi della vita adulta e quindi a sentirci più felici: “Benché possa esserci una percentuale di ragioni sintomatiche per cui qualcuno voglia ossessivamente addobbare la propria casa in anticipo, nella maggior parte dei casi si tratta di motivazioni nostalgiche, per vivere la magia del Natale” ha precisatolo psicologo britannico, per poi aggiungere “in un mondo pieno di stress e ansia le persone amano associarsi a cose che le rendono felici e il Natale e le decorazioni natalizie evocano forti sensazioni dell’infanzia. Quella magica eccitazione, che mettere le decorazioni in anticipo può contribuire ad aumentare”.

Natale rappresenta per antonomasia la festa per tutti, anche se viene vissuta a pieno dai più piccoli: tutti noi cresciamo, ma dentro di noi rimane un po’ del bambino che eravamo. Addobbare in anticipo la casa e l’albero di Natale è sinonimo della voglia che abbiamo di connetterci e ritrovare il bambino che è in noi, rivivendo nel presente quell’atmosfera priva di tensione e stress della vita adulta, con lo scopo di rimanere in questa piacevole sensazione in cui tutto è più armonico. Coloro che non riescono a resistere al desiderio di addobbare casa con decorazioni natalizie, luci colorate fin dalla fine di novembre non solo vengono considerati dai vicini più amichevoli, mostrando un maggior senso di coesione, ma sono addirittura più felici.

Vi è da dire che per qualcuno le feste hanno un sapore amaro poiché trascorse senza una persona cara che è venuta a mancare. In questo caso decorare in anticipo casa può contribuire a riconnettersi con questa persona. Quindi correte in soffitta a recuperare lo scatolone degli addobbi, mettete un un po’ di buona musica in sottofondo, e date sfogo alla vostra creatività natalizia.

Se invece siete come Ebenezer Scrooge  (il personaggio principale del racconto Canto di Natale, scritto da Charles Dickens) che disprezzava il Natale e chiunque lo festeggiasse,  non perdetevi il nostro prossimo articolo.

 

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Le persone più intelligenti preferiscono stare da sole

Nel corso di milioni di anni l’essere umano si è evoluto in modo tale da sviluppare una preferenza per lo stare in compagnia. Come scrisse il filosofo greco Aristotele l’uomo è un animale sociale in quanto tende ad aggregarsi con altri individui e a costituirsi in società. Secondo la teoria evoluzionistica Darwiniana, ciascun animale (fra cui anche l’uomo), sente il bisogno di stare vicino ai propri simili per poter ottenere aiuto e difesa. Da ciò nasce un sentimento di simpatia per gli altri animali della sua specie.

Tuttavia, non tutte le persone si sentono a proprio agio in compagnia. Secondo uno studio recente il desiderio di isolarsi può essere dovuto al fatto che si è più intelligenti della media. Questa è la conclusione a cui sono giunti due psicologi, Norman P. Li dell’Università di Singapore e Satoshi Kanazawa della London School of Economics, che hanno pubblicato uno studio dal titolo “Country roads, take me home… to my friends: How intelligence, population density, and friendship affect modern happiness” sul British Journal of Psychology.

Dalla loro ricerca è emerso che, generalmente, il trovarsi in situazioni sociali migliora l’umore degli individui, mentre le persone “estremamente intelligenti” sono più felici quando non passano del tempo con i loro amici: più stanno da sole più sono contente. Questo studio riconosce il fatto che le persone molto intelligenti possano sentirsi isolate da chi hanno intorno perché vedono il mondo in un modo diverso.

Secondo la teoria di Kanazawa e Li, denominata “teoria della felicità nella savana”, le persone più intelligenti sono in grado di affrontare i cambiamenti più facilmente di quelle meno intelligenti e potrebbe essere per questo che per loro le relazioni sono meno importanti. Gli scienziati sostengono infatti che, ad influenzare la nostra vita, non siano solo le conseguenze della situazione che stiamo vivendo in questo presente, ma anche quelle vissute dai nostri antenati. Sebbene nel passato avessimo bisogno del gruppo per la sopravvivenza, oggigiorno le persone più intelligenti possono contare su loro stesse e non necessitano di forzate relazioni per essere felici o per ottenere ciò che vogliono dalla vita.

Un’ulteriore spiegazione è data dal fatto che le persone molto intelligenti potrebbero considerare la socializzazione come una distrazione da cose più importanti come, per esempio, perseguire i propri obiettivi professionali e personali, a lungo termine.

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